La torcia incandescente si avvicinò alla pira. I piccoli legni alla base iniziarono subito a sfrigolare, liberando prima piccole volute di fumo, poi lingue di fiamma che ben presto si propagarono a tutto il combustibile intorno.

In pochi secondi le fiamme si alzarono altissime.

I flauti iniziarono a suonare, mentre la gente danzava. Mamme con bambini, contadini con il loro abito migliore. Insieme ballavano sotto le stelle per festeggiare l’arrivo del solstizio d’estate.

Ai bordi del prato, piccoli banchetti di legno erano attrezzati per la migliore delle feste; la più ricca dell’anno, quella in cui tutto il paese salutava l’arrivo della nuova stagione.

L’abà di Prato Sesia gonfiò il petto, inalando l’odore del fumo che si spargeva nell’aria e godendo di quei momenti di tranquillità, dove tutti erano impegnati solo a divertirsi e a danzare.

La moglie e le tre figlie del mugnaio continuavano a fare avanti e indietro dal forno con ceste piene di pane dolce.  Chiara, la più piccola delle ragazze, si fermò di fianco all’abà offrendogli un pane zuccherato.

«Anche quest’anno avete organizzato una bellissima festa, abà!» Disse con entusiasmo.

L’uomo si strinse nelle spalle e arrossì. Era capace di tener testa a un cinghiale, ma davanti a un complimento si comportava come una verginella cui un uomo rivolgesse per la prima volta una parola.

Senza attendere la risposta, la ragazza si allontanò, saltellando e danzando come se non avesse il pesante cesto tra le braccia.

Un gruppetto di ragazzini passò di corsa facendo svolazzare alcune lenzuola bianche. L'abà si voltò, guardando le cime degli alberi che circondavano il prato. Alcuni ragazzi sedevano sui rami più alti. Erano passati molti anni da quando anche lui era uno di loro. Oramai arrampicarsi sugli alberi non gli riusciva più; le ossa scricchiolavano e l'agilità era quella di

Genesi

estratto dal libro

un uomo di quasi quarant'anni, con il pelo che tendeva a ricoprirsi di bianco e i muscoli che non rispondevano più come una volta. Eppure gli sarebbe piaciuto tornare lassù; guardare dall'alto quella danza che, con moto concentrico sul falò immobile, vedeva le ragazze correre intorno al fuoco in un cerchio stretto e i ragazzi con le loro lenzuola in uno più largo nella direzione opposta.

Una mano sulla spalla lo riscosse dai pensieri. Si voltò, trovandosi di fronte padre Giacomo.

«Buonasera, Padre.» Disse con un leggero inchino.

«Buonasera, Francesco.»

Il prete si portò al suo fianco, incrociando le mani al petto. «Sapete che sono tenuto a farlo, vero?»

L'abà sorrise. «Certamente. E come tutti gli anni negli ultimi dodici, io avrò l'espressione contrita e vi motiverò le mie scelte.»

«Vorrei vedere se fosse un Domenicano a farvi la predica, se vi comportereste con tanta insolenza come siete solito fare con me.»

«Credo di no, padre Giacomo. E me ne scuso.» rispose l'abà, serio. «Spesso l'amicizia che mi lega a voi mi fa travalicare il giusto rispetto che devo al vostro abito.»

Il prete sembrò soddisfatto della risposta, e appoggiò la mano sul braccio dell'uomo.

«Vi parlo quindi in forza a quest’abito, nella responsabilità che ho di fronte a Dio, al Papa e al vescovo di proteggere e difendere questa comunità. E parlo a Voi, in quanto abà, capo della congregazione di questa città e loro rappresentante, ricordandovi che solo a Dio deve essere rivolta la vostra gioia.»

Francesco lasciò sedimentare per qualche secondo le parole del prete, assegnandogli il rispetto dovuto.

«Comprendo i vostri timori padre Giacomo, ma i nostri cuori sono rivolti a Dio. Perpetriamo in questo modo la tradizione che ogni anno ci porta a ringraziare il Signore Dio Nostro per il dono che ci fa della bella stagione, attendendo poi la vostra nobile intercessione presso di lui affinché i nostri raccolti siano prosperi e gli animali nei boschi siano numerosi, e tutto il vostro gregge di anime abbia di cui sfamarsi nel lungo inverno che verrà.»

Un boato si sollevò dal prato. L'abà si voltò sorpreso, come se gli applausi e le grida fossero riferiti al suo discorso. Poi si rese conto che i suonatori avevano finito di suonare e i danzatori di danzare e che tutti applaudivano. Si sciolse in un sorriso. Padre Giacomo lo prese sottobraccio.

«Ora che abbiamo finito i convenevoli, spero vogliate offrire uno di questi deliziosi dolci al vostro pastore d'anime.»

Si avvicinarono insieme alle ceste poggiate sui banchetti, solo per scoprire che erano vuote. Mastro Francesco si guardò intorno. I musici stavano per riprendere a suonare mentre dame e cavalieri si sceglievano. Anche le tre figlie del mugnaio sorridevano a tre ragazzetti, pronte a scatenarsi nelle danze. Sulla porta del forno la madre, con le mani sui fianchi, aveva disegnata in volto una finta espressione di severità per quelle figlie che, invece di fare i propri lavori, pensavano solo a divertirsi.

«Credo che se vorremo mangiare, dovrò trasformarmi in una delle figlie della mugnaia e andare a prendere personalmente quelle ceste.» Disse l'abà.

«Rientra forse anche questo compito tra i vostri, messere?» lo schernì il prete.

«Oh, sì. Non puoi fare l'abà se non sai anche essere una buona figlia di mugnaio.» Ridendo, andò a prendere le ceste.

 

 

I tamburi presero a ruggire, i flauti a ululare, le mani degli abitanti di Prato a dare il ritmo, ad accelerarlo, fino ad arrivare a una frequenza così frenetica da immobilizzare il tempo. Si narra che una volta, arrivati a quel punto, la gente del paese corresse a buttare nel falò qualcosa di vecchio, per simboleggiare il rinnovamento. I tempi però erano cambiati; la selvaggina si era diradata, le tasse e i balzelli erano aumentati, e oramai nessuno aveva niente di così vecchio da non poterlo ancora usare.

Giulio sedeva ai bordi del prato con la piccola Maria in braccio, immobile e ipnotizzata dalle lunghe lingue di fiamma del falò che riflettevano sul piccolo viso dalla pelle tenera e lucida.  Dietro di lui, sua moglie Beatrice gli accarezzava le spalle.

«T’incanti sempre. Eppure questo è il quarto anno che assisti alla cerimonia.» Disse.

«Attenzione a come scegli le parole, mia cara; altre sono le cerimonie, questo sembra più un sabba, che Dio mi perdoni.» disse, sorridendo e facendosi il segno della croce. «E comunque se uno spettacolo è affascinante, lo è sempre: sono passati dieci anni dalla prima volta che ti vidi, eppur ancor oggi mi emoziono ogni volta che scorgo il tuo volto.»

«Lusingatore. Saresti dovuto scappare in Francia e fare il trovatore.»

«Non avrei potuto mia signora. Un trovatore non può nominare il suo amore. Io invece sono orgoglioso di poterlo fare e di dire, dieci, cento, mille volte: Beatrice.»

«Siete insopportabili!» esclamò una voce. Una donna si avvicinò a loro dalla direzione del fuoco, restandone nell'ombra. La voce rauca e imperiosa non lasciava però dubbi sulla sua identità. La donna sedette sul prato accanto a Giulio, chinandosi verso la piccola Maria.

«Com’è bella sana questa creatura.» Disse.

«Ha avuto una buona levatrice.»

La donna osservò con sguardo severo i due adulti. «Voi gente colta parlate una lingua di cui una povera ignorante come me capisce poco… Ma ti ho sentita mentre davi a lui del lusingatore e ora fai tu la stessa cosa?»

Beatrice si chinò e le accarezzò la testa. «Nessuna lusinga. Sola verità, detta dal più profondo del cuore.»

La donna sorrise soddisfatta. «Porto notizie da casa di vostro padre: vostra sorella ha dato alla luce un bel maschietto.»

Beatrice si alzò, lisciandosi la gonna. «Un altro figlio... Certo quell'uomo non le dà tregua...»

«Sapete come sono gli uomini...» Entrambe si voltarono a guardare Giulio, che si alzò in piedi passando la bambina alla moglie.

«Non guardate me, tanto non ho nessuna intenzione di farmi trascinare in questi discorsi da donne.»

Le due risero di complicità. «Anzi,» Continuò l'uomo. «Adesso vado a cercare dov'è finito l'altro ometto della nostra famiglia.»

Giulio passò dietro ai banchi, oltre la linea delle torce che delimitavano il prato. Da lì si mise a osservare la festa. Beatrice aveva ragione. Non era abituato a tanta comunità. Era nato e cresciuto a Vercelli, figlio di una famiglia benestante. Le feste in casa sua, per quanto poteva ricordare, erano più dei convivi.

C'era gente, questo sì; e anche musici, ma non vi erano tutte quelle danze, tutti quei corpi liberi di toccarsi, non c'era quella sensazione di fraternità che a Prato si respirava nell'aria.

Da piccolo, i suoi amici erano stati i libri e i cani da caccia di suo padre. All'età di sette anni era poi entrato nell'Ordine e le sue giornate erano state impegnate dalle preghiere e dallo studio della Bibbia e della retorica. A diciannove anni era stato mandato a Novara, dove aveva iniziato a predicare e dir messa.

La sua vita era un contrasto, né più né meno come quello delle torce di fronte al cielo stellato. Così diverse, ma anche entrambe così belle e affascinanti.

La vita da sacerdote era il firmamento. Così immobile e così vasta. Le stelle erano il suo amore, suddiviso per tutti gli uomini; tanto, enorme, come i mille puntini della volta celeste.

Beatrice era la sua torcia; come se tutte le stelle del cielo avessero preso a correre improvvisamente per lanciarsi tutte nello stesso punto. Quello che nell'aria era diviso, sulla terra era diventato un fuoco unico, acceso, di giallo rosso arancione, vibrante. Scosso dal vento ma non spento.

Lei era una Tornielli, una delle famiglie più in vista di Novara. Quando Giulio l'aveva vista per la prima volta aveva sedici anni. Sedeva nella prima fila in chiesa e indossava un abito bianco di splendida fattura sul quale i suoi capelli corvini risaltavano come pece nella neve. Aveva la pelle chiara come quella di un angelo e lì, davanti all'altare, per la prima volta in vita sua bestemmiò, pensando che quello doveva essere il vero volto della Madonna.

Uno dei precettori di Beatrice era fra Aloisio, dottore in retorica. A Giulio parve un segno del cielo quando questi, al traguardo dei settant'anni, decise che voleva terminare la sua vita in contemplazione. Il vescovo di Novara ordinò a Giulio di sostituire il sant'uomo.

Breve fu la sua esperienza d'insegnante, poiché dopo pochi mesi egli dovette donare il suo cuore a chi, nella sua mente, aveva occupato il posto della Vergine.

Temette di essere dato in pasto alle belve quando comunicò al vescovo la sua intenzione di abbandonare i voti. Egli prima lo accusò di apostasia; minacciò di farlo giudicare dalla Santa Inquisizione, poi, su richiesta del padre di Beatrice, comunicò che avrebbe chiesto la dispensa papale, ma che in cambio mai più si sarebbe dovuto far vedere nella sua diocesi.

Beatrice aveva avuto l'ardire di comunicare a suo padre il suo amore per quell’uomo e che avrebbe piuttosto commesso il peccato mortale del togliersi la vita ancorché sposare un altro. Venne diseredata, bandita dall'usare il suo nome, ma libera di lasciare il paese con lui.

Si erano sposati pochi giorni dopo, in una piccola chiesa di un villaggio di montagna che non contava più di venti anime, dove un prete anziano in fama di santità aveva riconosciuto che tra loro vedeva solo vero amore cristiano.

Da quel momento non aveva vissuto che per lei.

In quel momento, il primo frutto del loro amore saltò fuori da un cespuglio, inseguito da altri ragazzi della sua età.

«Davide!» lo chiamò.

Nel frastuono della musica il richiamo dovette viaggiare un po' prima di essere riconosciuto. Poi il bambino smise di correre e si voltò. Salutò gli amici e raggiunse il padre.

Aveva già sette anni. Eppure sembrava ieri il giorno in cui lo aveva tenuto in braccio per la prima volta. Sangue del suo sangue, frutto del suo seme.

«È ora di andare a casa. Tua sorella deve nutrirsi e riposare.»

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