Gianni rimase in disparte, seduto ad ascoltare su ciò che restava di un vecchio tronco. Si strinse nel pesante giaccone imbottito di piume. Con l'arrivo del mese di ottobre il freddo aveva iniziato a farsi più pungente, infilandosi subdolamente sotto i vestiti.

Ascoltava i 'grandi' che parlavano del randagio avvistato nei boschi. Piegò le labbra in una smorfia tra il disgusto e la noia. Non capiva perché la facessero tanto lunga. Ma alla fine era sempre così, no? Prima di muovere il culo dovevano parlare per ore autocompiacendosi del loro coraggio, della loro arguzia, del loro spirito d'iniziativa.

Gli passò fugacemente per la testa quanto fosse strano il rapporto adulti-ragazzi. Loro lo ignoravano perché un diciassettenne non poteva avere cose interessanti da dire, lui li snobbava perché credevano di sapere tutto loro quando in realtà erano capaci solo di perdersi in chiacchiere; vecchi cialtroni abitanti di un paese dimenticato dal mondo.

Come in tutti i luoghi piccoli e isolati, lontani dalle grandi città, anche Zemello aveva il suo ecosistema rigidamente suddiviso: la famiglia Longo vantava ben quattro sindaci negli ultimi settant’anni, suddivisi su tre generazioni.

Ludovico Longo, l’attuale primo cittadino, era un cinquantenne, teatrante per passione e professione, che nascondeva la testa calva sotto un berretto con visiera. Indossava una giacca di camoscio degna dei migliori taglialegna canadesi anche se il colletto della camicia abbottonato fino all'ultima asola, che si intravedeva attraverso la zip non completamente sollevata, tradiva la sua vera natura di uomo da ufficio.

Il comune era dotato di una sala polivalente, dentro la quale si sarebbe potuto parlare stando comodamente seduti e al caldo ma lui, forte dei troppi film western visti da ragazzo, non si era accontentato: aveva chiamato a raccolta il Comitato per la Purezza di Zemello (da Gianni abbreviato in CiPZ) davanti al suo box auto, scenograficamente attrezzato per mettere in mostra la collezione di fucili, tutti ordinatamente appesi a un muro e coperti da una grata metallica chiusa con un lucchetto.

Macchia

estratto dal libro

Parlava tenendo il piede sinistro appoggiato alla ruota del pickup e il calcio del fucile ben piantato sulla coscia.

Probabilmente dalla giusta angolazione sarebbe parso usare il fucile come un enorme fallo e forse, fosse stato un sindaco di una città di medie dimensioni, una foto o un video su YouTube avrebbe avuto un discreto successo. Ma la verità era che… a nessuno interessava il sindaco di un paese di centoventisei abitanti imboscato sulle montagne piemontesi.

Centoventisei.

Di cui cinquantuno oltre i settant’anni, trentatré oltre i cinquanta, ventotto tra i quaranta e i cinquanta, dodici in età da riproduzione e quattro adolescenti, tra cui Gianni.

L’ultimo bambino di cui si era festeggiata la nascita a Zemello era nato nel 2005. Un timido e silenzioso tredicenne destinato, nella mente del padre, a grandi cose. Era infatti il figlio di Sandro Airaudo, vicesindaco, macellaio, re Mida del villaggio. Proprio come il sovrano della mitologia greca, infatti, sembrava trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse, incluso un vecchio terreno che il suo amico sindaco gli aveva regalato (a spese del comune) e sul quale aveva realizzato un macello industriale che aveva chiamato Big Macellos (sì, non ridete, ma lo aveva davvero chiamato così - con tanto d’insegna lampeggiante blu che nella notte illuminava il sottobosco di colori inquietanti). Nonostante la distanza dalla città e le conseguenti difficoltà logistiche, l'attività era cresciuta anno dopo anno, vedendo nuovi capannoni affiancarsi ai vecchi, fino a diventare una piccola città, al punto che alcuni ormai dicevano che Big Macellos era una frazione di Zemello.

Re Mida aveva impiegato parte dei suoi guadagni per colonizzare la parte più bella del lago, trasformandola nel suo feudo personale con tanto di mura perimetrali a chiudere il parco di tre ettari e casa in legno e vetro su un istmo che come un enorme dito si allungava sulle placide acque del bacino artificiale.

L’unico altro adolescente maschio, oltre a Gianni e al figlio di re Mida, era Rino, figlio di immigrati egiziani che vivevano in silenzio nella loro casetta a nord dell'abitato, lontana dall'assembramento di fabbricati tipico delle comunità montane, dove le strade sono strette e i muri quasi a contatto, con le case a cercare di rubarsi il calore l'una con l'altra. Perché il paese era tollerante con tutti quelli che venivano da fuori, l'importante era che non stessero troppo vicini.

«Ci divideremo in due gruppi.» Stava spiegando il sindaco mentre, sotto di lui, i CiPZ, annuivano a prescindere.

«Che è successo?» La domanda arrivò all’improvviso, cogliendo Gianni di sorpresa e facendolo balzare sulla sua sedia di fortuna. Dietro di lui era apparso Rino, con i suoi pantaloni color sabbia, la giacca color sabbia e le scarpe infangate. Teneva le mani affondate nelle tasche guardando gli adulti con le sopracciglia incurvate.

«Vogliono dare la caccia al randagio.» Rispose Gianni, mentre il cuore ritrovava un ritmo normale.

Rino si guardò intorno, trovò un ceppo di legna e lo fece rotolare fino al luogo dove c’era l’amico, sedendosi accanto.

«C’è tutto l’immancabile Comitato.» Commentò.

«Proprio tutti.»

Il comitato, oltre ai sopracitati Signor Sindaco e re Mida, era arricchito dalla presenza del meccanico Ugo Scornamiglio e signora, anche denominati 'KGB' vista la loro innata capacità di farsi i cavoli di tutti e di cercare di infiltrarsi in qualsiasi situazione pur di comandare. C’era la festa dell’asino zoppo? Bene, loro si proponevano per organizzarla (o meglio, dire agli altri cosa fare). Un funerale? Ci pensavano loro. Il loro nome appariva in qualsiasi gruppo, incluso il Bureau per la scelta del menu della Casa degli anziani, anche se non avevano parenti (probabilmente li avevano portati tutti al suicidio in giovane età).

«Andiamo anche noi?» Chiese Gianni. «Magari riusciamo a evitare che lo impallinino.»

«Ma dai, è un cane randagio» Rispose Rino. «Cosa mai può aver fatto?»

«A quanto pare ieri sera ha mangiato due galline del capo delle Cariatidi, la strega Cognasso.»

«E per questo partono con la caccia grossa?»

«Il sindaco spera che la vecchia lasci i suoi averi al comune, quando schiatta.» Gianni si voltò verso il bagliore proveniente dalle insegne del Big Macellos. Ogni tanto si sorprendeva a incantarsi, attirato da quelle luci anacronistiche. «Lo sai che vuole costruire un padiglione per le sagre nel prato grande.»

«Io li lascio andare.» Disse Rino, alzandosi. «Vado dalle Finocchie che stasera c’è festa. Tu non vieni? C'è anche Alice.»

Zemello aveva origini sconosciute. Secondo alcuni, la sua fondazione era da imputare ad alcuni soldati romani che, vedendo una valle tanto bella e tanto isolata, avevano pensato di essere giunti ai campi elisi o, perlomeno, in un luogo lontano da marce, guerre e mutilazioni.

Secondo altri, invece, per secoli non era stato altro che un piccolo ammasso di capanne, usate nel periodo estivo dai pastori della bassa valle come alpeggio.

Il fiore all’occhiello del paese era la piccola chiesa dell’Adorazione di Maria Bambina, una struttura costruita agli inizi dell’800 da colui che all'epoca era il sacerdote di Zemello.

Narra la leggenda che egli, cedendo alla tentazione, aveva giaciuto con una donna del luogo, la quale aveva avuto poi una figlia. Carica di vergogna, la donna era fuggita con la piccola nei boschi, senza che nessuno la rivedesse mai più. Il sacerdote fece voto, non si sa se per espiare il suo peccato o per richiedere la protezione divina su madre e figlia, di costruire con le sue mani una chiesa sul versante opposto della montagna, in modo che fosse difficile da raggiungere ma sempre ben visibile dalle finestre della sua camera da letto, per ricordargli mattina e sera la sua colpa. Per anni, ogni mattina dopo la messa, il sacerdote percorreva lo stretto sentiero che attraversava la valle, si inerpicava tra i boschi per i monti e poi abbatteva alberi, li lavorava trasformandoli in assi e, giorno dopo giorno, costruiva la sua chiesa, ritornando in paese per la messa della sera.

Con gli anni, la struttura aveva preso forma, con la sua unica navata rettangolare, il tetto a spiovente e il campanile a guglia. Una volta terminata, il sacerdote aveva voluto dipingerla di bianco, a rappresentare la purezza della vergine ma anche perché fosse perfettamente visibile tra i castagni e i pini.

La rivoluzione era arrivata agli inizi del ‘900, quando il Regio Servizio Elettrico nazionale aveva deciso di costruire una centrale idroelettrica. In quegli anni, la forza lavoro aveva richiesto la costruzione di nuove case ed erano sorti tutti i servizi che una comunità richiede; dalle scuole al ristorante, al bar, alla bocciofila. Avevano costruito una strada provinciale sufficientemente grande per i mezzi da lavoro e la luce di certo non era mai mancata.

I primi operai avevano messo su famiglia e fondato il nucleo di riproduzione principale del paese.

La valle era stata inondata, trasformandosi in un placido lago. La riva occidentale si era formata in prossimità di un pianoro, con un’ampia passeggiata e un grande prato che accompagnava, in leggera salita, alle case di Zemello. La dolcezza dei pendii, in quei punti, aveva creato piccole insenature e protuberanze sulle quali erano soliti andare a pescare gli abitanti del paese. Risalendo verso nord, la vegetazione dominava, con boschi di abeti talmente fitti che pareva volessero creare un muro per impedire all’acqua di conquistare ancora più terreno.

La riva orientale invece era larga poco più di una ventina di metri, con la montagna che saliva rapidamente alle quote in cui le nevi erano perenni. Solo la chiesa era sopravvissuta, trovandosi ora proprio in riva al lago, sul quale si rifletteva con la sua croce rovesciata.

I sentieri percorsi dal sacerdote erano scomparsi, sommersi da metri e metri di acqua.

Con gli anni e l’avvento della tecnologia, il numero di addetti alla centrale era sceso vertiginosamente. Oggi due maxi-computer analizzavano e gestivano il flusso delle acque, regolando l’apertura delle chiuse a seconda del fabbisogno energetico delle città in pianura.

Ad indossare le tute blu della Centrale Idroelettrica di Zemello erano rimasti in tre: Marco, che si occupava della manutenzione dei computer, era un ventenne con quattro ciuffi di barba riccioluta di un colore indefinito tra il rosso e il castagna marcia. Piero e Riccardo, invece, erano gli addetti alla manutenzione meccanica. Quasi sempre li si poteva trovare al bar perché, per loro stessa ammissione, avevano sempre tempo per riposare durante i turni, visto il poco lavoro da fare.

Quando non era al bar, invece, Piero lo si poteva trovare da Gina.

Per tutti era difficile descrivere Gina. I suoi amici la definivano 'una donna con sani appetiti sessuali'. Per un breve periodo era anche stata sposata, poi lui era sparito e nessuno lo aveva mai più rivisto, un po' come la donna nei boschi.

Gina era amica di tutti gli uomini non sposati del paese. Bastava bussare alla sua porta per trovare compagnia.

Alice, la figlia di Gina, non aveva un cognome, anche perché non aveva idea di chi fosse il padre.

Non che la cosa le avesse mai creato problemi. Indifferente agli sguardi maligni da parte delle vecchie cariatidi, viveva la sua vita da diciassettenne a testa alta.

Come spesso capita a chi si trova a crescere in una situazione difficile (Alice voleva bene a sua madre, ma non poteva certamente dire che avesse un istinto materno particolarmente sviluppato), si era trovata di fronte a due possibilità: la fuga, richiudendosi in casa e cercando l'isolamento assoluto, o la battaglia.

Alice aveva optato per la seconda. La sua però non era una guerra contro il mondo, ma una spinta decisa a fare ciò che credeva giusto, per sé e per gli altri. Non mancava mai di far sentire la sua opinione, anche se non le veniva mai richiesta.

Per Arturo, l'uscere del comune, Alice era una spina nel fianco. Ogni volta che la vedeva superare la porta del municipio, sapeva che si sarebbe trovato tra lei e il sindaco come una rete in un campo di tennis durante una partita particolarmente combattuta. Alle sue richieste d'incontro lui avrebbe risposto con la scusa di impegni inderogabili. Di fronte all'insistenza, avrebbe opposto un fiero diniego ad aprirle la porta. Il tutto con il povero Arturo in mezzo, a fare da telefono senza fili al botta e risposta tra i due.

Alice era sempre pronta a contestare qualsiasi decisione, da quella di abolire le aiuole fiorite sul sentiero del lungolago alla scelta della giunta (formata da sindaco, vicesindaco e i due consiglieri Scornamiglio) di non accettare profughi quando la prefettura aveva cercato di alleggerire i centri accoglienza. Non aveva esitato ad accusarli platealmente di aver giocato sporco, dichiarando improvvisamente inagibili tutta una serie di abitazioni vuote. E nonostante solo pochi abitanti del paese le dessero retta, lei non si arrendeva. Nonostante la giovane età sapeva farsi rispettare.

Una volta Piero le aveva fatto una battuta su come, appena diventata maggiorenne, avrebbe potuto prendere il posto della madre, ma la sera dopo si era trovato tutte e quattro le gomme del pickup tagliate. Più nessuno aveva osato fare battute.

Alice pensava spesso al momento in cui avrebbe raggiunto la maggiore età, ma non per cose futili come l'auto o la libertà, che aveva sempre avuto a causa della sua situazione familiare. Lei aspettava il giorno in cui avrebbe compiuto diciotto anni per impegnarsi in politica.

Quella sera, sedeva con le cosce appoggiate sull’assito del patio e i piedi penzoloni nel vuoto del dirupo, fumando una sigaretta. Non pensava a niente; guardava il panorama delle luci del paese che iniziavano a stagliarsi nel primo scurire della notte.

Il sole era scomparso dietro le montagne lasciando l’aria limpida e tersa.

Casa delle Finocchie sorgeva sul dorso della montagna che incombeva su Zemello, un enorme ammasso di roccia grigia venata di argento. Secoli, o forse millenni prima, un pezzo di roccia si era staccato precipitando chissà dove, lasciando sulla dorsale un solco che somigliava all'unica fetta mancante di una torta. Un balcone naturale oltre il quale la parete continuava a salire, verticale e nuda, all'interno del quale la struttura di acciaio e vetro brillava riflettendo la luce del sole.

Giù in paese, più di una persona aveva profetizzato che, prima o poi, quella casa sarebbe stata distrutta da una frana, o lanciata nel vuoto da una poderosa spinta della montagna.

«Ci sono più probabilità che crolli la montagna sull'altro versante, quella sopra la chiesa.» Ripeteva sempre Carlo ogni qualvolta che uno dei suoi amici gli poneva la domanda: «Ma è sicura?». Lui sorrideva, e a volte mostrava le carte piene di disegni e appunti che, da bravo geologo, aveva compilato durante i suoi anni di ricerca. «Questa montagna è un unico blocco senza fissure,» spiegava, «solo un terremoto molto violento potrebbe causarle dei danni, ma questa è una zona a rischio sismico bassissimo.» Mostrava poi la mappa della valle. «Mentre la montagna che c'è sull'altro lato è divisa in faglie, ed è molto più pericolosa.»

A chi gli faceva notare che se fosse stata pericolosa non avrebbero costruito la diga, rispondeva osservando che se fosse stata sicura, i progettisti non avrebbero previsto così tante chiuse di svuotamento, così come non avrebbero installato i sensori che ora, nel buio della notte, emettevano le loro fioche luci rosse che ne segnalavano la posizione. Luci che adesso incantavano Alice, con il loro apparire e scomparire ritmico.

Sentì aumentare il volume della musica che suonava dentro casa. Qualcuno aveva aperto la porta.

«Posso?»

Lei annuì, sbuffando il fumo nell’aria che, per poco meno di un secondo, sembrò voler disegnare un anello prima di disperdersi disordinatamente.

Gianni sedette al suo fianco, infilando le gambe tra le assi verticali del parapetto di legno.

L’eco dello sparo di un fucile si propagò nella valle.

«Ci sono i CiPZ in giro.»

«Chissà che non si sparino tra di loro, facendoci un favore.» Alice lasciò scivolare lo sguardo sul lago. Le piaceva il momento in cui la luce, svanendo, ne cancellava la riva.

«Le bestie cattive non muoiono mai,» constatò Gianni, «ma forse incontrano l’orso cattivo che le sbrana tutte.»

«Uffa, sta storia dell’orso sta diventando stucchevole.».

«Lo so, ma cosa ti devo dire? Questo è l’unico posto che io conosca dove gli amministratori invece di volere il turismo, lo evitano. Lo sai che sono stati loro a mettere in giro la voce di questo orso enorme che mangia gli escursionisti, no?»

Alice annuì. Alcuni anni prima, pur senza fare nessuna pubblicità, la bellezza del lago e delle montagne avevano iniziato ad attirare in paese qualche amante del trekking. Il Club Alpino Italiano si era offerto di marcare i sentieri per renderli più sicuri, trovandosi di fronte a un'inaspettata opposizione del sindaco. Questo non aveva fermato gli appassionati che, sempre più numerosi grazie al passaparola, avevano iniziato ad arrivare in paese. Improvvisamente, in una notte, sulle poche strade di Zemello erano apparsi i cartelli di sosta a tempo. Nessuna auto poteva restare parcheggiata per più di un'ora senza incappare in una sanzione comminata dai nuovi, ligi, ausiliari del traffico, la signora Scornamiglio e la sua amica Marisa.

Quando il proprietario dell'unico distributore di benzina aveva deciso di offrire il suo piazzale come parcheggio a pagamento, nei boschi avevano iniziato ad apparire carcasse straziate di animali. Qualche pecora, un paio di vacche, una volta persino un cervo. Il sindaco aveva chiesto un consulto al veterinario del Big Macellos il quale aveva garantito che quelli erano resti del pasto di un orso. Il municipio si era trovato costretto quindi a emanare una nuova ordinanza, 'a malincuore', come aveva falsamente dichiarato il sindaco, che vietava il vagare per i boschi.

«Aspetta ancora un anno, poi li cacciamo a pedate nel culo e facciamo rinascere questo benedetto paese.» Rispose Alice, con lo sguardo sempre perso nel vuoto.

Gianni sorrise, guardandola. Adorava quando era pensierosa; i suoi occhi si fissavano su qualcosa permettendo a lui di ammirarla. I sottili capelli corvini, la curva del mento, la leggera sporgenza dello zigomo che sembrava gridare: «baciami, baciami!»

«Sono sempre il tuo coordinatore della campagna elettorale?»

Alice si riprese dai suoi pensieri, scoppiando a ridere. «Ovvio!»

Gianni sentì il cuore accelerare. Lei, così vicina, con la sigaretta distrattamente stretta tra le lunghe dita affusolate, le linee perfette delle gambe, la curva morbida del sedere che scompariva sotto il parka; la sua risata.

Desiderava solo inclinarsi di lato, guardarla, poi chiudere gli occhi e aspettare che arrivassero le sue labbra. Quelle labbra che sognava da tempo, morbide, calde, deliziose.

«Piccioncini!» urlò Rino aprendo di scatto la porta. «Dentro che si mangia.»

«Pronta!» Alice balzò in piedi, spezzando il momento magico. Spense il mozzicone sul paramano, gettandolo poi in un cestino dell’immondizia.

«Vieni?» Chiese, rivolta a Gianni, ancora seduto con le gambe penzoloni.

«Due minuti.»

«Ok.»

E rientrò.

Copyright © 2015-2020 Fabio Cosio

Tutti i diritti riservati.

È vietata la riproduzione di ogni opera/e, anche parziale, senza l'autorizzazione dell'autore.

© 2020 by Fabio Cosio - tutti i diritti riservati