L'omone dei gelati

RACCONTI

L'omone dei gelati tornava a casa tutte le sere. Indossava il suo bel vestito bianco e pedalava la bici con una ruota sola che spingeva il carretto refrigerato. 
Era un carretto piccolino, azzurro chiarissimo fatta eccezione la scritta “Gelati” in un bel corsivo blu.
Aveva solo sei pozzetti e i gusti erano quelli classici: crema, cioccolato, panna, fragola, limone e menta. 

Tutte le sere tornava, dopo aver girovagato per la città, fermandosi ovunque ci fossero bambini pronti a correre da lui con un soldino in mano. 

Quando tornava, quasi sempre ci trovava a giocare in cortile, al confine del quale riponeva il carretto per la notte. Si fermava, salutava. Se noi gli correvano incontro prendeva una palettina e puliva il fondo dei pozzetti, porgendoci poi lo stecco di legno ricoperto di fredda delizia. 

Tirava fuori da una tasca le chiavi della cantina, dove aveva i macchinari magici capaci di trasformare il latte in gelato, prendeva i pozzetti vuoti e li portava giù, pronti per essere ricaricati il mattino successivo. 
Quando sei bambino non ti poni domande, non ti chiedi “come andrà il mercato”, o se il mondo sta cambiando sotto i tuoi occhi e tu non te ne stai accorgendo. Non sai se un mestiere nasce o muore, o se il sogno di una vita si sta andando a infrangere contro la distribuzione massiva di un prodotto confezionato. Sai solo che il gelato che porta lui è più buono. 

È più buono perché è viaggiante. Non lo vai a prendere in fondo ad un frigo attaccato alla vetrina di un bar. 

È più buono perché lui è nato per portare il gelato ai bambini e un sorriso è sempre incluso. 
È più buono perché dove c'è lui c'è gioia, gioco; a volte lo vedi sotto agli alberi del parco, a volte senti il rumore delle ruote sulla ghiaia dei sentieri. Altre, è il suono del campanello che preannuncia il suo arrivo, che agita i bambini alla spasmodica ricerca della mamma o della nonna per avere il soldino necessario per ottenere gelato e sorriso (anche se il sorriso è sempre gratis).

L'uomo dei gelati rientra come tutte le sere. Sorride e saluta e lascia lì il carretto. 
Toglie i coperchi ai pozzetti e allunga le palette a noi bambini. 

“Stasera ce n'è tanto.” Dice, superando la porta che porta alla cantina. 

La crema è la mia preferita. E anche la panna. Mangio e mangio gelato finché non mi sento chiamare. È ora di salire. 
Richiudo i pozzetti come fanno i miei amici.
Nessuno lo dice, ma stiamo tutti pensando che si è dimenticato di noi, si è scordato dei gelati, e che dopo cena magari potremo tornare e continuare nella scorpacciata. 
Ma la cena è interrotta da urla e sirene. 
I grandi scendono a vedere cosa è successo. 
L'omone dei gelati è sceso in cantina, si è sfilato la cintura di stoffa, l'ha passata intorno a una trave e lì si è appeso. Fanno fatica a tirarlo giù. Era un omone grande grande, alto alto.

Forse era un gigante e non ha resistito in un mondo in cui i giganti non ci sono più. 
I suoi gelati si sciolgono nei pozzetti, pozzanghere di colore solido come i sogni smessi.

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