L'uomo da 6 milioni di gocce

RACCONTI

Steve Lee Austin Mayor abbassò la testa sulla scrivania. 

Nonostante fosse dotato di tutte le diavolerie moderne, a lui piaceva pensare di vivere sul finire dell'800. 

Nonostante il parere contrario dei genitori, aveva quindi attrezzato la sua stanza in modalità spartana:

- Un tavolo di legno fratino piazzato sotto la finestra. 

- Un paio di tende bianche quasi canapa. 

- Un letto recuperato in un mercatino dell'usato con testiera in noce cesellata. 

- Pavimento in legno rigorosamente trattato solo a cera d'api. 

- Sulla scrivania, fogli di carta naturale, un calamaio e una penna da intingere. 

“Hai un nome da onorare!” Gridavano i suoi. 

E quello in effetti era uno dei suoi problemi: il nome. 

Il suo

       stramaledetto

                 nome. 

“Ciao, come ti chiami?” Era la domanda che lo perseguitava dall'infanzia. 

Qualcuno ha paura del buio, qualcuno dei mostri, lui aveva paura che la gente gli chiedesse le generalità. 

“Steve.” Rispondeva (ma sempre sottovoce, piano piano…). 

Ma la sua mamma, onnipresente, iniziava a battergli buffetti sulla testa (un toc toc come quello di un picchio sui maroni) con la mano sinistra, mentre sventagliava il dito indice della destra (checazzomammasaidovetelomettereiqueldito..!) e con una voce che diventava tre ottave più alte lo correggeva:

“Ma no, figliolo. Dì il tuo nome completo…”

In genere lui abbassava lo sguardo sulle scarpe. A volte rispondeva che non era più in grado di sentire perché a forza di toc toc sulla testa i timpani erano finiti dietro le ginocchia. Ma alla fine era costretto:

“Steve. Lee. Austin. Mayor.”

In genere l'enunciazione terminava con sguardi interlocutori da parte di chi ascoltava. In genere una via di mezzo tra ‘ma questi non sono normali’ e ‘mi stai prendendo per il culo’. 
In assenza di mamma invece c'erano solo le prese per il culo. Per lui. 

La verità, dietro l'origine del suo nome, stava nel fatto che i suoi genitori, dopo anni di tentativi falliti, erano riusciti a concepirlo davanti all'ennesima replica de “L'uomo da 6 milioni di dollari". 

Grande la gioia, enorme il tripudio!

Come onorare al meglio questo segno del destino?

Il loro bambino sarebbe stato come il protagonista del film: indistruttibile, veloce, con l'occhio di falco. Un supereroe. 

Le discussioni erano iniziate subito dopo. 

La mamma insisteva: “Il nome deve essere quello del personaggio del film! Steve Austin!”

Il padre replicava senza cedere: “No! Quello dell'attore! Lee Mayor!”

Così, dopo nove mesi di infinite discussioni (che sicuramente avranno avuto ripercussioni sul feto) nacque lui; il gran mischione: Steve Lee Austin Mayor. 

Alla nascita era nemmeno due chili, ma i genitori continuavano a bloccare chiunque passasse davanti al vetro della nursery dicendo “guardi quel fusto! È figlio nostro!”

Steve pensò avessero seri problemi di vista (o nel collegamento occhi-cervello) quando, di fronte alla foto di classe di quinta elementare, i suoi genitori esclamarono: “nostrofiglioèilpiùrobustoditutti.” quando lui a malapena si vedeva tra due energumeni. 

Che poi erano femmine. 

E tra le più piccole.

E mingherline. 

E dolci. 

Ora, seduto alla sua scrivania di legno in una camera che sembrava uscita da Pollyanna, guardò le gocce di pioggia che correvano sul vetro della finestra e si rese conto che avrebbe potuto restare lì tutta la vita a guardarle. 

Scendevano ognuna per la sua strada, chi veloci chi lente.

Alcune si incrociavano e scendevano più rapide, altre dopo un po’ si separavano. 

Pensò di dargli dei nomi, ma evitò. 

Intinse la penna nel calamaio e iniziò a scrivere. 

E il suo vetro era la città. 

E le gocce gli abitanti.

E scrisse il romanzo più bello del mondo.

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